Il 12 agosto 2014 ero in Russia, a bordo della Transiberiana che mi stava portando a est, e mi annoiavo.
Non ricordo quanto durasse il viaggio. Non ricordo dove fossi.
Ricordo però che mi annoiavo abbastanza da fare una cosa che non facevo da diversi anni:
scrivere una poesia.
La intitolai, con uno slancio creativo degno della situazione, Noia.
Cominciava così:
La noia fa fare cose strane.
Io azzardo qualche verso,
novizia della poesia,
quanto di questa infinita Russia.
Poi guardavo le persone intorno a me.
La noia fa fare cose strane,
un po’ come la follia.
E allora chi sono questi pazzi
con cui condivido il viaggio?
E infine una donna cinese:
La noia fa fare cose strane.
Io azzardo qualche verso:
una donna cinese si fa la maschera al viso
coi cetrioli che non ha mangiato a cena.
Non sostengo che la letteratura mondiale abbia subito una svolta decisiva quel 12 agosto.
Ma dodici anni dopo quella poesia mi interessa molto più di allora.
Per un motivo semplicissimo.
Mi annoiavo. E quindi cominciai a creare.
Il tempo in cui non succede niente
Viaggiare, soprattutto quando ho cominciato a farlo io, conteneva enormi quantità di tempo morto.
Aspettavi.
Un treno.
Un autobus.
Un traghetto.
Una coincidenza.
Una frontiera.
Qualcuno che arrivasse.
Qualcuno che finalmente capisse dove volevi andare.
Guardavi fuori dal finestrino.
Guardavi le persone.
Leggevi.
Pensavi.
Dormivi.
E qualche volta, inevitabilmente, ti annoiavi.
Non era necessariamente piacevole.
Ma era normale.
Oggi abbiamo sviluppato una capacità straordinaria di eliminare quasi completamente quei momenti.
Basta una mano che scivola in tasca.
Il telefono compare.
E il vuoto scompare.
Cinque minuti alla fermata dell’autobus possono essere riempiti.
Tre minuti in coda possono essere riempiti.
Un viaggio in treno può essere riempito dal primo all’ultimo chilometro.
Possiamo ascoltare, guardare, leggere, rispondere, scrollare.
Possiamo fare in modo che non ci accada quasi mai quella cosa terribile:
non avere niente da fare.
E non sono sicura che sia un progresso.
La noia non è riposo
Per molto tempo ho confuso la noia con una specie di assenza.
Assenza di attività.
Assenza di stimoli.
Assenza di qualcosa che valesse la pena fare.
Oggi la vedo quasi al contrario.
La noia è piena.
Contiene una tensione potentissima.
È il momento in cui non c’è qualcosa dall’esterno che occupa immediatamente la nostra attenzione.
Ed è proprio per questo che può diventare insopportabile.
Quando ci annoiamo, vogliamo che succeda qualcosa.
Qualunque cosa.
E se abbiamo uno strumento capace di fornirci qualcosa in una frazione di secondo, lo usiamo.
Il problema è che così non scopriamo mai che cosa sarebbe successo un minuto dopo.
Forse niente.
Forse avremmo continuato ad annoiarci.
Oppure avremmo cominciato a guardare.
A pensare.
A immaginare.
A inventare.
Magari persino a scrivere una pessima poesia su una donna cinese e i cetrioli della sua cena.
Dio e il vuoto cosmico
Ogni tanto penso persino alla creazione del mondo.
Premessa necessaria: non credo che sia andata così.
Ma la storia mi diverte.
Immagino Dio solo nell’universo.
Niente esseri umani.
Niente animali.
Niente Netflix.
Niente notifiche.
Il vuoto cosmico, letteralmente.
A un certo punto deve essersi annoiato in maniera insopportabile.
E deve aver pensato:
adesso faccio qualcosa.
Luce.
Terra.
Mari.
Piante.
Animali.
Noi.
Con risultati discutibili, ma apprezziamo lo sforzo.
Forse abbiamo raccontato per millenni una storia in cui la creazione nasce dal vuoto senza renderci conto di quanto sia interessante questa idea.
Prima non c’è niente.
Poi qualcosa appare.
Abbiamo paura degli spazi vuoti
In questo periodo penso spesso alla noia perché nella mia vita professionale stanno comparendo parecchi spazi vuoti.
Ci sono giorni in cui il lavoro rallenta.
La casella e-mail tace.
Non arriva la richiesta che aspettavo.
Non c’è una consegna urgente.
Per una freelancer abituata da quasi vent’anni a misurare anche la propria tranquillità sul numero di lavori in entrata, il silenzio può essere assordante.
La prima reazione è la paura.
Riempilo.
Trova lavoro.
Fai qualcosa.
Muoviti.
E invece sto cercando di imparare una cosa diversa.
Starci.
Non per sempre.
Non per raccontarmi che le bollette si pagano con la contemplazione del vuoto.
Ma abbastanza a lungo da capire che cosa potrebbe nascere lì dentro.
Negli ultimi mesi alcuni di quegli spazi sono diventati studio.
Altri scrittura.
Altri ancora nuovi progetti.
Una parte del lavoro che sto costruendo oggi è nata proprio nelle ore in cui il vecchio lavoro non aveva niente da chiedermi.
Forse è per questo che quella poesia del 2014 mi è tornata in mente.
Dodici anni dopo
Allora non avevo una teoria sulla noia.
Mi annoiavo e basta.
E proprio perché mi annoiavo guardavo ciò che avevo intorno.
Una Russia infinita.
Degli sconosciuti con cui condividevo il viaggio.
Una donna che aveva trovato per i cetrioli un utilizzo decisamente diverso da quello previsto dalla cena.
E me stessa che, non sapendo cos’altro fare, provava a scrivere versi.
Dodici anni dopo posso attribuire a quel momento tutti i significati che voglio.
Ma il fatto rimane molto più semplice.
C’era uno spazio vuoto.
Non l’ho riempito immediatamente con qualcosa che esisteva già.
E dentro quello spazio è comparso qualcosa che prima non c’era.
Una poesia.
Non particolarmente memorabile.
Ma mia.
Forse è questo che mi interessa della noia.
Non che sia piacevole.
Non che dobbiamo trasformarla nell’ennesima pratica da inserire in agenda dalle 17:15 alle 17:30 per diventare persone più creative.
Sarebbe abbastanza ridicolo.
Mi interessa perché è uno dei pochi spazi rimasti in cui non sappiamo ancora cosa succederà dopo.
E forse, ogni tanto, dovremmo avere il coraggio di non scoprirlo subito.
Dopotutto, una volta qualcuno si è annoiato talmente tanto da inventarsi l’Universo.
Buona strada,
Marta



La noia è un lusso inventato dalla borghesia del '700 e ha permesso di dedicarsi alla Rivoluzione francese (ghigliottina inclusa), alla democrazia, al III Reich, alla letteratura, al baseball e altri sport, al populismo e un sacco di altre cose interessanti per le quali mi servirebbero troppe lettere.
P.S. Tu lo sai che per scrivere un commento a un tuo articolo c'è una specie di codice di verifica da inserire, vero?