Roaming wild – il mio augurio per il 2026
Un libro, una deviazione, e il coraggio gentile di scegliere la propria direzione.
Non siamo nati per seguire sentieri battuti, ma per lasciare tracce.
Non perché qualcuno le segua, ma affinché ogni orma sia testimone del nostro coraggio.
Daniel Lumera (citazione dal libro «Scegli la tua vita»)
Questo mese la newsletter e La valigia dei libri camminano insieme.
Per salutare il 2025 ho voluto iniziare da un libro, come si inizia da un bivio: non un tema astratto, ma un oggetto concreto che ti rimane in mano mentre ti muovi. Una lente piccola, portatile, attraverso cui riguardare l’anno che si chiude e quello che intravede già la luce dietro la curva.
Il libro come strada
Ci sono frasi che non si limitano a suggerire un pensiero: ti allacciano le scarpe e ti spingono fuori casa. Quella che apre questo numero fa esattamente questo. Non evoca destini né misticismi: parla di scelta. E di quella forma molto terrestre di responsabilità che è decidere la vita che vogliamo abitare.
Nel libro da cui è tratta, il viaggio ritorna come una specie di respiro: non fuga, non conquista, ma il movimento naturale dell’essere umano. Andare avanti anche quando la direzione è un’ipotesi, un’intuizione, un punto sulla mappa ancora da disegnare. E così ho pensato che potesse essere un buon punto di partenza non per interpretare l’anno, ma per ripercorrerlo.
Come quando rientri da un viaggio e scopri che, più dell’itinerario, contano quei momenti minuscoli – uno sguardo, una deviazione, un odore improvviso – che hanno spostato qualcosa dentro di te senza fare rumore.
Rinascere è un cambio di passo
La parola «rinascita» è spesso appesantita da simboli altisonanti. Nella realtà, assomiglia molto di più a un cambio di ritmo: un fruscio, un aggiustamento, una curva presa un po’ prima del previsto. A volte è un «basta!», altre un «da qui, però, potremmo ricominciare…».
È un processo lento, quasi domestico: alleggerire, sciogliere abitudini, lasciare che la persona che eravamo qualche mese fa si accomodi sul sedile posteriore. Il viaggio – quello vero di polvere, ghiaia e caffè presi male – funziona allo stesso modo: ti riorganizza. Ti chiede di fidarti dell’essenziale. Ti invita a camminare dentro l’incertezza senza farne un dramma.
I libri certe consapevolezze le accendono; sono le strade, però, a metterci alla prova. Quelle dritte, quelle storte, quelle che finiscono prima del previsto costringendoti a inventare un ritorno.
«Roaming wild»: il momento in cui decidi di deviare
Tra i concetti che attraversano il libro, quello che mi ha trafitto di più è il «roaming wild». Non è vagabondare a caso. Non è la romantica arte di perdersi. È scegliere – con un mezzo sorriso – di non restare nella corsia comoda solo perché è lì.
«Roaming wild» è quel momento in cui esci dal percorso previsto e ti muovi in uno spazio un po’ incerto, un po’ libero. Non per compiere imprese, ma per ricordarti che non ti serve una direzione impeccabile: ti serve una direzione tua, anche se sbilenca.
È anche uno stato mentale: non irrigidirsi nel ruolo che crediamo di dover interpretare. Non restare sulla strada più battuta solo perché è affollata. Concedersi una deviazione minuscola, un passo laterale, un margine.
Ripensando al viaggio in moto del 2014 – dalla Svizzera al Giappone, da sola – non ricordo i chilometri. Ricordo una mattina sospesa tra due confini, quando ho capito che non stavo seguendo un itinerario: stavo seguendo me stessa. Non «andavo» verso un luogo; tornavo verso una parte di me che aveva bisogno di movimento per emergere.
Forse è questo che mi piace della citazione iniziale: l’idea che le tracce non siano destinate a qualcuno.
Non è eroismo.
È sincerità.
Le tracce importanti non sono quelle che restano sul terreno, ma quelle che restano sotto pelle: nelle decisioni, nei legami che cambiano, in tutto ciò che abbiamo avuto il coraggio di lasciare dietro di noi.
Ogni viaggio – esterno o interiore – ci lima un po’, ci pota, ci riscrive. E quando torniamo non siamo diversi perché abbiamo visto il mondo, ma perché abbiamo incontrato una parte nostra che da tempo bussava piano.
Il viaggio che ci aspetta
L’ultima newsletter dell’anno assomiglia sempre a una discesa dal treno: ti fermi sul marciapiede, sistemi la sciarpa, ascolti per un istante il rumore che fa il tuo stesso respiro.
Non so com’è stato il tuo 2025.
So però che ogni fine porta con sé una domanda ostinata e semplice:
da dove vuoi ripartire?
Io vorrei iniziare il 2026 così:
con meno fretta,
con più curiosità,
e con la disponibilità a cambiare strada se un dettaglio – un odore, un’inquietudine, un lampo – mi suggerisce che è il momento.
Nessun proposito in maiuscolo.
Solo una presenza più attenta nelle scelte piccole, quelle che poi costruiscono la direzione grande.
Un augurio, lieve e terreno
Ti auguro un anno che non ti stringa: un anno con spazio.
Spazio per ciò che nasce e per ciò che finisce.
Per le idee che ti somigliano e per quelle che ti sembrano lontane ma ti fanno cenno da un angolo della mappa.
E soprattutto ti auguro questo:
che le tracce che lascerai – silenziose, minuscole, imperfette – siano la prova gentile del tuo coraggio di esserci.
Non per gli altri.
Per te.
Ci rivediamo nel 2026,
con uno zaino forse un po’ più leggero
e un altro pezzo di strada da condividere.
Se preferisci, puoi anche ascoltare questo pezzo letto con la mia voce:
Grazie per avermi letto e accompagnato fin qui e per continuare a farlo anche nel 2026.
Buona strada, e che sia selvaggia
Marta



Grazie Marta per questa bella puntata, che riesce a creare spazio interiore 💛.
Non c'è bisogno che sia selvaggio "il coraggio gentile di scegliere la propria direzione" mi semra più appropriato, al coraggio e al gentile aggiungerei determinato, è sufficiente. Lo dico perché la mia vita l'ho cambiata, non sono più lo stesso, ho DOVUTO, perché non ero più me stesso e dovevo cambiare, dovevo riappropriarmi di me stesso e farlo digerire a chi mi sta vicino. Aggiungo che ormai per far presa, o moda, ora ogni cosa è enfatizzata con la violenza, ma si può essere altrettanto duri con la calma e la determinaione, ma non fa "colore" :-( ...l'albero che cade fa rumore e quello che cresce no, etc. etc. e lo dice uno che selvaggio lo era davvero, mica bla bla.
Ciao Marta e Buon Natale (se ancora ha senso 'sta festa, ma sopratutto se ci tieni tu)
Aldo