Tra due mondi
Cronaca minima di una soglia.
Benvenuti a una nuova edizione di Parole on the Road, lo spazio in cui il viaggio diventa racconto e il racconto diventa strada.
Ci sono momenti in cui il corpo entra in modalità viaggio anche se non stai facendo le valigie. Succede mentre ti sposti, attraversi confini minori, vivi con una parte di te sempre pronta a muoversi. Non è irrequietezza. È una forma di attenzione diversa, più fisica, più lenta. Come se il corpo avesse già capito che restare fermi non è un’opzione, anche quando la testa non ha ancora deciso nulla.
In questo periodo mi sento così.
Continuo a camminare, a lavorare, a fare le cose di sempre, ma il passo è cambiato. Le abitudini che fino a poco tempo fa funzionavano iniziano a stare strette. Non perché siano sbagliate, ma perché appartengono a una fase che si sta chiudendo. Non sono ancora altrove, ma non sono più del tutto “a casa”.
È una sospensione difficile da spiegare.
Non è insoddisfazione.
Non è slancio.
È piuttosto la sensazione di stare tra due mondi, con il corpo che si riadatta prima ancora che le parole arrivino a nominarlo.
Questa condizione l’ho già vissuta, anni fa, in modo molto concreto.
Come ormai molti di voi sanno, nel 2014 ho fatto un viaggio in moto, in solitaria, dalla Svizzera al Giappone. Sono partita il 1° di giugno e il 24 dello stesso mese sono giunta a Lappeenranta, in Finlandia: una località di confine come tante. Ma prima di giungere qui ho dovuto, tra gli altri, attraversare la Finlandia da nordovest a sudest – con la Russia sempre in testa, davanti a me. Ma quel giorno, prima di giungere alla mia ultima tappa finlandese, ho fatto una cosa per la prima volta: ho girato la videocamera dalla parte opposta, rivolta verso quello che mi lasciavo alle spalle.
Ero in coda alla dogana per entrare in Russia. Faceva caldo perché ero troppo vestita: arrivavo da tre settimane di pioggia, in moto, in Scandinavia. E ora, all’improvviso, era esplosa l’estate e io non ero pronta. L’attesa era lenta, quasi immobile. Avevo i documenti in mano e la moto lasciata poco più in là, immobile, come se anche il corpo fosse rimasto sospeso, in attesa di ricordarsi perché ero lì. Dietro di me c’era l’Europa che conoscevo: familiare, leggibile, rassicurante. Davanti, un confine che non avevo mai attraversato prima, avvolto da un’aura strana, quasi mistica per me che viaggiavo allora.
Ricordo bene la compresenza di emozioni opposte.
La paura e l’eccitazione.
L’attrazione per l’ignoto e, insieme, una voglia improvvisa di qualcosa di comodo, di già noto, di semplice. Il desiderio di andare avanti e, nello stesso tempo, quello di restare a “casa”.

Non stavo ancora viaggiando davvero.
E non ero più, del tutto, da dove venivo.
Ero ferma, sospesa, in attesa che qualcuno controllasse un documento e decidesse se potevo passare.
Col tempo ho capito che molte transizioni importanti assomigliano a quel momento. Non hanno la forma di una partenza trionfale né di un arrivo chiaro. Sono soglie. Spazi di mezzo in cui si impara a stare senza coordinate definitive, mentre il corpo comincia già a muoversi in avanti.
Oggi riconosco nel mio corpo gli stessi segnali di allora.
Lo stesso rallentamento.
La stessa perdita di automatismi.
Lo stesso stare “tra”, che non chiede decisioni immediate ma una certa disponibilità a restare aperti.
Anche il lavoro, a volte, diventa un territorio di confine. Le parole che usavi con naturalezza iniziano a sembrarti un po’ strette. I contesti familiari non sono più del tutto abitabili, ma quelli nuovi non hanno ancora una lingua condivisa. Non sei persa. Sei in attraversamento.
Viaggiare, forse, non serve tanto a trovare risposte quanto ad allenare una competenza silenziosa: tollerare la perdita temporanea delle coordinate. Restare in movimento senza trasformare ogni passaggio in una performance. Costruire una vita che non chieda di restare ferma per funzionare, ma che sappia adattarsi al movimento, anche quando il percorso non è ancora disegnato.
A Lappeenranta, quando finalmente arrivò il mio turno, nessuno mi spiegò cosa avrei trovato dall’altra parte. Mi timbrarono il passaporto e basta. Il viaggio cominciò davvero solo dopo, sulla strada.
Credo che anche ora sia così.
Non so ancora dove sto andando, né che forma avrà ciò che verrà.
So però riconoscere quella sensazione precisa: quella di quando il corpo è già in viaggio, anche se la mappa non è ancora stata tracciata.
E, per il momento, questo mi basta.
Parole on the road è uno spazio aperto.
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Nessuna di queste forme è necessaria.
Nessuna è una pretesa.
Ma se qualcuno decide di contribuire come può, il gesto è accolto con gratitudine.
Grazie per aver letto fin qui,
buona strada
Marta

